Dipendenza da Pokemon Go?

Mio figlio gioca a Pokemon Go e sono preoccupata perchè temo che abbia sviluppato una vera dipendenza, cosa posso fare?

(Anna, madre di un figlio di 14 anni)

Molti genitori sono preoccupati nel vedere i propri figli “catturati” da questo videogioco ed è facile considerare il molto tempo speso a video-giocare come espressione di una dipendenza. Ma prima di affermare se siamo di fronte o meno ad un problema occorre chiederci che cosa rende così interessante questo gioco, cosa c’è di tanto speciale in Pokemon Go.

Prima di tutto il gioco riprende e riattiva una passione degli anni ’90, quando i Pokemon hanno avuto il loro esordio ed è naturale che i ragazzi, compresi molti adulti “nostalgici”, ci giochino ora con grande entusiasmo.

Il gioco contiene però degli elementi nuovi che risultano davvero molto divertenti: permette l’utilizzo della “realtà aumentata” attraverso lo smartphone  e l’esplorazione di un ambiente reale in cui andare a catturare, come veri esploratori, i vari mostri. Ciò rappresenta davvero una grande novità: per giocare con lo smartphone è necessario uscire di casa e fare movimento per le strade della città!

Il successo di Pokemon Go e di altri videogiochi moderni è dato anche dalla possibilità di mettersi alla prova, di sfidare gli altri on-line, favorendo la socializzazione fra i giocatori. Le persone che giocano a Pokemon-Go sono disposte a vagare nei luoghi più remoti, con ogni tempo, persino a notte tarda alla ricerca di qualche Squirtle o Meowth- o addirittura anche a catturare un Pokémon nelle situazioni più disparate. Queste escursioni permettono il racconto delle proprie avventure di gioco  attraverso i social network che offrono un palcoscenico per mostrarsi e ricevere conferme della propria bravura come giocatore/esploratore e della propria desiderabilità come persona.

Possiamo affermare che il gioco Pokemon Go, come tutti gli altri giochi che possono essere giocati in multiplayer, incoraggia chiaramente l’interazione sociale sia via web che faccia-a-faccia (sempre più numerosi infatti sono i gruppi spontanei che vanno a caccia di mostri per le vie della città favorendo nuove conoscenze). Per un adolescente tutto questo rappresenta la possibilità di soddisfare alcuni dei bisogni primari: essere visto, far parte di un gruppo, e fare bella figura.

Tutto ciò per dire che i videogiochi in sé non sono una perdita di tempo o semplicemente dei passatempi senza senso. Sono attività che l’adolescente prende con grande serietà perché il gioco rappresenta per lui una attività nutritiva dal punto di vista psicologico e sociale.

Il videogioco è spesso vissuto dal giovane internauta con grande intensità, con grande passione che spesso si esprime con lo spendere molto tempo davanti allo schermo. Se da una parte il tempo eccessivo è una variabile da tollerare in adolescenza (soprattutto quando ci sono delle passioni), dall’altra occorre stare in guardia e capire quando il videogioco e il suo utilizzo possono diventare impropri, se non patologici.

Un genitore quindi deve stare attento non solo al fattore tempo, ma anche considerare i seguenti campanelli d’allarme, che valgono per ogni attività svolta davanti allo schermo:

  • Il ragazzo gioca per fuggire da un dolore, da un dispiacere?
  • Il rendimento scolastico e le attività scolastiche sono diminuite?
  • Il gioco lo sta isolando al livello sociale?
  • Il giorno e la notte si stanno invertendo?
  • Il comportamento alimentare risulta alterato?
  • A cosa sta giocando?

Questi sono alcuni indicatori che ci permettono di valutare se l’attività di gioco è salutare o meno e per comprendere se c’è un disagio a monte che spinge il ragazzo a trovare una soluzione nel gioco eccessivo, oppure se più semplicemente il ragazzo non ha fatto proprie alcune regole base di comportamento e di autoregolazione.

Il genitore può sentirsi tagliato fuori da questo mondo così innovativo, ma questo non deve accadere. L’adulto deve invece “esserci” per svolgere la sua azione di accompagnamento ad una educazione digitale.

Nelle Linee Guida APP che il Centro Psichedigitale ha proposto al pubblico per la prima volta nel maggio scorso, si propongono due indicazioni che il genitore e l’adulto possono mettere in campo.

La prima è dare limiti di tempo perché gli adolescenti per definizione non sono in grado di autoregolarsi e hanno sempre bisogno di qualcuno che li contenga nelle loro attività, compresa quella del gioco o videogioco. Ogni famiglia si deve organizzare a riguardo e cominciare questo contenimento temporale non certo a 14 anni, ma dai 0 (!) anni visto che gli schermi sono presenti sin dalla nascita.

La seconda indicazione per favorire una buona pratica dei videogiochi e delle altre attività davanti allo schermo è creare dei “Tech Talk”, ovvero dei momenti in cui si spendono parole per descrivere e raccontare cosa si fa davanti allo schermo. Raccontare cosa si fa significa attivare l’intelligenza narrativa, significa mettere in fila la propria esperienza dandole significato, significa confrontarsi. In breve: il racconto e il confronto permettono lo sviluppo della consapevolezza, della responsabilità e della autoregolazione.

Troppo spesso invece, anzi è quasi la norma, l’attività del videogioco è eseguita a “testa bassa”, in silenzio e in solitudine, e questo, nell’era digitale non è accettabile dato che il tempo trascorso davanti allo schermo è davvero tanto.

Per concludere: i progressi tecnologici ci sorprendono di continuo. Se fino adesso potevamo lamentarci dei videogiochi perché impigrivano i ragazzi nel costringerli a casa, da oggi con Pokemon Go le cose sono cambiate. Da oggi i genitori si preoccuperanno perché i figli staranno fuori casa troppo tempo. E questo ci dà l’idea di come le tecnologie abbiano cambiato non solo gli assetti psicologici ma anche quelli famigliari.

Dott. Francesco Rasponi – Psicologo e Psicoterapeuta