Smartphone sotto controllo

Ogni tanto controllo il cellulare di mio figlio…faccio bene o faccio male?

(Sonia, madre di un ragazzo di 12 anni)

Sull’onda dei vari fatti di cronaca legati ad Internet successi ultimamente, molti genitori ci chiedono una riflessione sul tema del “controllo dello smartphone”.
Fermo restando il diritto alla privacy che ha ogni essere umano, adulto o minore che sia, ovviamente il tema controllo diviene particolarmente critico quando si parla di adolescenti, una fascia di età ancora minorenne e dunque sotto la tutela/responsabilità dei genitori, ma che progressivamente cerca di guadagnare una crescente autonomia.

Da questo punto di vista, il parere di chi è in prima linea nel combattere i crimini connessi ai contesti online può certamente costituire un importante punto di partenza per i genitori che vogliano cercare di agire nel modo migliore sia a tutela dei loro figli sia per educarli nel modo più efficace. Il Corriere della Sera, in data 14 settembre, ha pubblicato un’intervista al Vicequestore aggiunto della Polizia Postale di Milano, Lisa di Bernardino, nella quale il messaggio è chiaro: “I genitori controllino i cellulari dei loro figli”. Il tutto all’interno di un “un legame di fiducia e rispetto con i figli”, ma con la consapevolezza che “fra i ruoli di un genitore c’è quello di tutelare i figli, anche da fatti penalmente rilevanti. Questo può voler dire entrare nella sua sfera privata”.

Dal punto di vista di chi scrive, se, dato il suo ruolo, è lecito che un genitore controlli lo smartphone dei figli ancora minorenni, è altrettanto opportuno riflettere sugli effetti che questo comportamento (che, talora, potrebbe risultare politically incorrect) può avere su di loro e sul loro sviluppo.
Fermo restando che è giusto “controllare” onde evitare spiacevoli conseguenze a posteriori, tale controllo deve però avvenire in accordo con i propri figli e visionando insieme i contenuti presenti nello smartphone (all’aumentare dell’età, sarebbe opportuno evitare la costrizione a consegnare il cellulare per il controllo).
Ovviamente, al crescere dei figli, tale vigilanza dovrebbe essere sempre meno serrata e lasciare pian piano spazio ad una maggiore autonomia (e responsabilità) dei ragazzi.

Occorre però chiarire sin da subito che ciò che si trova su uno smartphone potrebbe non corrispondere a realtà: immagini eliminate, video cancellati, messaggi cancellati, mail cestinate, cronologia cancellata, ecc. ecc. ecc..
Dunque, un primo problema potrebbe essere quello di giungere a conclusioni fuorvianti rispetto a quanto verificato. Da questo punto di vista, il Vicequestore aggiunto propone di non dare “a questo controllo accezione negativa. Parliamo di tutela e prevenzione, invece. Io voglio sapere se mio figlio scambia materiale che non dovrebbe attraverso il suo cellulare, voglio vedere i contatti della sua rubrica…”.

Ora, tutti i genitori di figli nell’età adolescenziale aprano la sfera dei ricordi e provino a pensare come si sarebbero sentiti se i loro genitori di allora, attualmente nonni, avessero potuto ascoltare tutte le loro conversazioni telefoniche, leggere tutte le lettere che scrivevano o tutte le frasi dei loro diari o dei diari dei loro compagni di classe, ascoltare tutte le confidenze fatte e ricevute tra amici, ecc.
Pensiamoci un momento … se i nostri genitori avessero potuto controllare tutto questo, come ci saremmo sentiti dal punto di vista dell’autostima, dell’autonomia, della libertà, e soprattutto della fiducia dei nostri genitori verso di noi?

Un aiuto può arrivare dalla tecnologia: come riportato il 29 maggio 2015 da Epoch Times, “L’app TeenSafe consente ai genitori di controllare i messaggi dei loro figli, le chiamate, la cronologia internet, i contatti, Instagram, Facebook e così via”.
Ma non è necessario giungere all’APP: molti genitori “regalano” lo smartphone ai figli perché pensano di poterli controllare, ad esempio facendosi accettare l’amicizia su Facebook o su qualche altro social networking sites. Il cellulare diviene così una sorta di “cappio elettronico” che, all’occorrenza, permette di sapere “dove sei?”, “cosa fai?”, “quando rientri” e, soprattutto, “con chi sei”?

Riflettiamo un momento sulle implicazioni che può avere questo passaggio e lo facciamo con un esempio, tratto dall’adolescenza di uno dei tanti genitori di circa 45-50 anni attualmente con figli adolescenti.
Parliamo allora di Luigi, padre 49enne di Carlotta (17 anni) e Federico (15 anni).
Luigi a 16 anni usciva il sabato sera con i suoi amici già maggiorenni che avevano la patente: le discoteche non erano proprio sotto casa ed un passaggio “coperto”, soprattutto nelle umide serate invernali, era opportuno e gradito.
I genitori lo salutavano alle 22:00 (“mi raccomando, non fare…“ “si si, lo so lo so” “dicevo: non fare troppo tardi!” “alle 03:00 al massimo sono a casa, tranquilli!”), il clacson suonava e il gruppo di amici andava prima al bar, per ritrovarsi tutti insieme, e poi in discoteca da qualche parte.
Da quel momento, sino alle 03:00 del mattino, Luigi non esisteva più se non nella preoccupazione dei genitori che speravano di non sentire suonare il campanello prima dell’orario stabilito (in quanto avrebbe potuto essere il preludio a cattive notizie). Alle 03:00, rumore di passi, la serratura, la luce della camera: Luigi si addormentava … e con lui i suoi genitori. In tutto questo, Luigi percepiva la fiducia dei suoi genitori e dunque la sua autostima cresceva di pari passo con le responsabilità che aveva di mantenere un adeguato comportamento, ma soprattutto di rispettare i patti: ti diamo fiducia a patto che tu rientri all’ora stabilita (autocontrollo) in quanto devi capire che a casa qualcuno si sta preoccupando (consapevolezza delle proprie azioni).

Pensiamo invece a cosa avviene spesso oggi ad un adolescente 2.0, quando il “controllo” passa da un patto di fiducia ad una tecnologia: l’autocontrollo diminuisce perché quando occorre rientrare giunge un messaggio o una telefonata e dunque non c’è necessità di preoccuparsi; l’autostima diminuisce perché “i miei genitori non capiscono che lo so che devo rientrare, perché continuano a rompere”; la consapevolezza e la responsabilità delle azioni vie

ne demandato ad una mancanza di informazione ricevuta o non ricevuta dai genitori tramite il cellulare.
Quale è dunque la differenza più evidente fra Luigi di allora e l’adolescente 2.0 di oggi: che i genitori dell’adolescente 2.0 dormono sonni tranquilli perché, tramite il cellulare, hanno l’impressione di poter avere tutto sotto controllo.

Il modello APP messo a punto da PsicheDigitale, propone di accompagnare i ragazzi, non di controllarli. Accompagnare va letto in un’accezione prettamente educativa e evolutiva: i bambini e gli adolescenti vanno supportati nelle loro esplorazioni, occorre sedersi con loro e discutere, capire e farsi comprendere, parlare dei problemi e dei rischi senza nasconderli, cercando di promuovere una reciproca fiducia per cui “lo smartphone si guarda insieme ma, se c’è qualche problema, in qualità di genitori, tu ci assicuri che ne parli con noi”.
Spesso, troppo spesso, demonizziamo il comportamento degli adolescenti senza conoscerlo e senza sapere cosa fanno. Ma per saperlo, non serve controllarli, ma sedersi con loro, discuterci, scherzarci e provare insieme a costruire un mondo responsabile.

Dott. Elvis Mazzoni – Ricercatore

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